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Il Liberation Day dei dazi reciproci di Trump
di Bruno Lamborghini
Il 2 aprile 2025 è data storica voluta da Trump, il Liberation Day della guerra dei dazi reciproci contro il mondo. Trump nel suo intervento l’ha definito anche l’Independence Day degli USA nei confronti di tutti i paesi del mondo che hanno “sfruttato e derubato l’America”. Si tratta della più grave e pericolosa politica protezionistica da decenni che avrà drammatici effetti di crisi in tutto il mondo.
Curiosamente è anche la data della sconfitta di Trump per colpa di Musk nel Wisconsin per la nomina del giudice della Corte Suprema. Trump si è molto arrabbiato con Musk e, secondo le indiscrezioni raccolte dal Politico, vorrebbe mollarlo, anticipando la scadenza del DOGE prima del termine di maggio.
In un contesto internazionale di vere guerre, Trump ha voluto scatenare una guerra dei dazi in tutto il mondo con l’obiettivo MAGA, per il rilancio dello sviluppo americano non solo nel suo mercato interno, ma anche all’esterno per ridare agli USA il ruolo di grande potenza mondiale. Questo sta avvenendo con modalità controverse, imprevedibili e contradditorie emerse anche nel lungo discorso celebrativo del 2 aprile, in cui ha espresso tutto quello che vuol fare in particolare per le fabbriche di Detroit, invitando sul palco anche un operaio del Michigan.
Trump ha presentato una tabella in cui ha messo a confronto la media dei dazi di ciascun paese sui prodotti importati dagli USA con la media dei dazi applicati dagli USA sulle importazioni da ciascun paese.
Ne risulta che i dazi medi dell’Unione Europea verso USA sono il 39% contro i dazi americani verso l’Europa del 20% e quindi Trump introduce dazi reciproci verso l’Unione Europea pari alla differenza cioè il 20%. La domanda è se questo dazio medio, che non si sa come sia stato calcolato, viene applicato a tutti i settori dei singoli paesi o invece, come sarebbe più appropriato con riferimento dettagliato a ciascun settore di prodotti .
Per la Cina la differenza che verrà applicata come dazio è del 34% mentre differenze maggiori riguardano altri paesi asiatici, come il Vietnam che esporta peraltro anche produzioni americane. 10% risulta il dazio per la Gran Bretagna e sarebbe anche il dazio minimo da applicarsi a tutti. I dazi sono operativi dalla mezzanotte del 2 aprile, incluso i dazi del 25% applicati all’importazione in USA di tutte le auto.
L’introduzione di dazi seguiti probabilmente da controdazi produrrà in America e nel mondo, come è sempre avvenuto, più inflazione e meno crescita, cioè il contrario di quanto promesso da Trump in campagna elettorale (più sviuppo e meno inflazione), il che non soddisferà certamente gli elettori di Trump.
Trump ha spiegato che i dazi servono per liberare l’America dai vincoli, oneri e sopraffazioni, barriere tariffarie e non tariffarie imposti dalla Cina, dal Canada e Messico, dall’Europa “sfruttatrice e parassita” e da quasi tutti i paesi del mondo. Anche se Trump non ne ha voluto parlare, questa politica protezionistica estende pesantemente quanto aveva già fatto Biden con dazi al 100% sulle importazioni di auto cinesi.
Vi saranno gravi danni per tutti ed in specie per i paesi UE, Germania e Italia, netti esportatori verso gli USA e si determineranno controdazi, in parte già decisi dall’Unione Europea, verso le importazioni dagli USA per alluminio, acciaio e automobili per un valore di 26 miliardi di euro. Si è parlato anche di dazi europei o maggiori vincoli regolatori nei confronti dei servizi digitali delle Big Tech USA e della finanza americana in forte surplus, che peraltro potrebbero creare difficoltà ed effetti negativi sulle economie europee.
Ci si augura che l’Unione Europea non reagisca in modo scoordinato producendo ulteriori danni ed a cui Trump reagirebbe con altri dazi. Soprattutto si deve cercare di concordare con Trump in reciprocità una possibile riduzione dei dazi europei al fine di ridurre contemporaneamente i dazi americani e con durata limitata.
Prima di cercare di valutare i primi effetti sull’Europa e sulla stessa economia americana ci si può chiedere se vi sia una qualche razionalità dietro queste decisioni che appaiono in sé caotiche e poco sensate.
I centri di analisi economica si sono già espressi da tempo sui fattori di profonda crisi in atto da diversi anni nell’economia americana, rischi di crisi recessive o di stagflazione aggravati negli ultimi anni, anche a seguito di quanto deciso dall’amministrazione Biden che con decise politiche parakeynesiane ha aggravato il debito pubblico portandolo oltre il 100% del PIL per oltre 36 trilioni di dollari.
Trump si è trovato così ad affrontare un grave squilibrio dei conti pubblici assieme ad un crescente squilibrio del saldo della bilancia dei pagamenti con un profondo rosso tra import ed export di merci in parte compensato dal saldo positivo nei servizi finanziari.
Ci si è resi anche conto che il dollaro è sopravalutato a causa del suo ruolo di moneta internazionale di scambio e di riserva e questo aggrava la capacità competitiva dell’industria americana, spingendo alla esternalizzazione delle produzioni con crescente deindustrializzazione delle fabbriche USA e conseguente disoccupazione nelle aree del Mid West (da Detroit alla Pennsylvania con la chiusura delle fabbriche di auto e della siderurgia, impoverimento delle popolazioni di quelle aree, fattori che hanno determinato il successo elettorale di Trump).
Trump si è posto l’obiettivo di affrontare queste crisi con pesanti interventi già annunciati nella campagna elettorale e cioè:
- per ridurre il deficit del bilancio federale, si intende effettuare una radicale riduzione della spesa pubblica improduttiva e Trump ha incaricato Musk con il DOGE di tagliare la spesa pubblica partendo dalla valutazione che l’80% dei “consumi pubblici” e dei dipendenti pubblici siano improduttivi. E una guerra alle attività considerate piene di “fraude, waste, abuse”. Si tagliano anche altre spese considerate improduttive e sprechi come gli aiuti internazionali, i contributi a enti internazionali, ecc.
- per ridurre lo squilibrio della bilancia dei pagamenti si introducono dazi all’import per diminuire le importazioni e favorire il reshoring di produzioni americane all’estero o nuovi insediamenti produttivi e comunque accrescere i consumi di beni “made in USA” e così rilanciare l’industria manifatturiera scesa a livelli minimi del 10%, peraltro rilancio difficile da realizzare per gli elevati costi americani.
- lo squilibrio commerciale con l’estero ha generato grandi riserve di titoli finanziari in dollari presso i paesi con netto surplus commerciale in primis la Cina che dispone di 800 miliardi di riserve in dollari in forma perlopiù di titoli pubblici americani ed anche la Germania e l’Italia con elevate riserve di dollari determinando così una dipendenza finanziaria degli Usa nei confronti di questi paesi (in realtà questo significa anche che parte dei risparmi cinesi ed europei investiti in dollari va a finanziare gli investimenti in USA)
- tutto questo può portare anche ad un indebolimento del cambio del dollaro con effetti positivi sula competitività delle esportazioni USA assieme ad un freno all’export verso USA. Il reshoring industriale in USA e nuovi investimenti verrebbero rafforzati anche attraverso interventi per tagli fiscali e deregulation delle normative federali e statali per facilitare le imprese a investire, assieme ad interventi per ridurre i costi energetici.
La considerazione di alcune delle ragioni che starebbero alla base delle politiche introdotte da Trump non appare sufficiente a spiegare la radicalità e spesso l’improvvisazione di tali azioni in specie con riferimento alla pioggia di dazi lanciati. Appare anche difficile e complesso valutarne gli effetti e spiegarne la necessità, data la loro natura spesso imprevedibile e contradittoria in termini di impatto sull’economia e sul commercio internazionale, tenendo anche conto che le supply chains sono globali e sempre più interconnesse tra i paesi. Un computer è costituito da componenti provenienti da decine di paesi.
Si è iniziato a valutare quali possano essere alcuni effetti sull’economia americana e vi è unanimità nel ritenere che l’imposizione di pesanti ed estesi dazi porterà ad una crescita dell’inflazione ben al di là del 3% per la crescita dei prezzi all’import in specie di materie prime come i prodotti siderurgici ed i chips digitali ed altri componenti che gli USA non possiedono, così come un reshoring coatto di produzioni precedentemente effettuate in paesi a basso costo del lavoro, ad esempio il Messico, porterà ad un aumento dei costi di produzione in USA dato il maggiore costo del lavoro. Anche la svalutazione del dollaro porta inflazione con l’aumento del costo in dollari dei beni importati.
La riduzione della spesa pubblica ed i licenziamenti di personale federale porteranno ad una riduzione dei consumi e quindi della produzione con rischi di stagflazione o di recessione già spesso annunciate. Le previsioni di andamento del PIL USA nel 2025 e 2026 non superano il + 1% (dal+2.5% di fine 2024). All’indebolimento dei consumi e della produzione appare contribuire anche la “deportation” di migliaia di immigrati irregolari, non più consumatori e produttori.
Si considera anche che le politiche introdotte da Trump con effetti sull’indebolimento dello sviluppo potranno determinare crisi o ristagno degli andamenti di Wall Street almeno per parte del 2025 ed ulteriori incertezze anche in conseguenza dl possibili rinvii dei tagli dei tassi da parte della Federal Reserve, a causa dei rischi di inflazione.
I prevedibili pesanti effetti negativi sull’economia americana in parte già in atto aprono dubbi circa l’effettivo proseguimento della “tempesta trumpiana” o per lo meno di un suo auspicabile ridimensionamento.
Per quanto riguarda gli effetti dei dazi sui paesi europei la Banca Centrale Europea ha già espresso il rischio di una netta riduzione della crescita del 2025 e 2026 nell’Eurozona da un – 0,3% ad un -0,5% del PIL. Per l’Italia altre fonti danno una riduzione del -0,5%. Molto dipenderà anche dagli effetti di controdazi da parte europea.
L’’impatto dei dazi sulle economie europee impone la necessità di effettuare complesse riorganizzazioni produttive anche transeuropee ed un deciso spostamento del baricentro del PIL dalla prevalenza delle esportazioni verso un maggiore impegno allo sviluppo del mercato interno.
I dazi possono spingere diverse imprese italiane ed europee a delocalizzare le loro produzioni in USA per poter competere con i loro prodotti. Già molti imprenditori europei si sono affrettati a proporre a Trump lo sviluppo di insediamenti produttivi in USA e Trump nel suo discorso ha citato anche Stellantis. Questo comporterà un ulteriore indebolimento della industria manifatturiera europea.
La riduzione strutturale dei flussi di scambio (e dipendenza) verso gli Stati Uniti impone all’Europa la ricerca di nuovi mercati di esportazione per i prodotti europei verso la Cina, i mercati asiatici e gli altri paesi del Sud del mondo in forte crescita e deve determinare una maggiore integrazione produttiva e tecnologica all’interno dell’UE con lo sviluppo di supply chain e filiere integrate e la eliminazione delle barriere di scambio tra i diversi paesi europei e soprattutto maggiori investimenti comuni nella ricerca ed innovazione dell’high tech, essendo l’Europa tecnologica sempre più schiacciata e dipendente da USA e Cina.