Aggiornato al 29/03/2025

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Voltaire

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La Teoria del Cavallo Morto: l’Europa e l’illusione della difesa comune

di Achille De Tommaso

 

La “Teoria del Cavallo Morto” è una metafora intrigante che descrive l’incapacità di molte organizzazioni di abbandonare strategie o progetti fallimentari. Basata su un antico proverbio dei nativi americani che afferma: “Quando scopri che stai cavalcando un cavallo morto, la strategia migliore è smontare,” questa teoria mette in luce la tendenza a persistere con ciò che è inefficace, spesso a causa di fattori psicologici, sociali e organizzativi. Chi sta proponendo ReArm Europe dovrebbe studiare questa teoria.

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Per chi non la conoscesse, descrivo un po’ questa teoria:

Nonostante l’apparente ovvietà della necessità di cambiare, molti individui e organizzazioni continuano a insistere su percorsi evidentemente fallimentari. Questa resistenza al cambiamento può essere attribuita a diversi fattori. Il bias del costo sommerso è uno dei principali: quando si sono già investiti tempo, denaro o risorse in un progetto, è difficile accettare l’idea di abbandonarlo, anche se continuare rappresenta un ulteriore spreco. Allo stesso modo, la paura del fallimento spesso impedisce di riconoscere gli errori, spingendo a perseverare per salvare la faccia.

C’è poi la resistenza al cambiamento, una costante nelle dinamiche organizzative. Cambiare direzione richiede coraggio, capacità decisionale e la volontà di affrontare l’ignoto. Infine, il conformismo gioca un ruolo chiave: in molti ambienti lavorativi, sfidare lo status quo è rischioso, e il timore di creare conflitti o essere isolati spinge le persone ad accettare la situazione, anche se inefficiente.

Soluzioni Apparenti che Cercano di Alimentare un Cavallo Morto

Anziché affrontare direttamente il problema, molte organizzazioni cercano soluzioni che non fanno altro che perpetuare l’inerzia. Una delle strategie più comuni è “acquistare una frusta più forte”: cioè, aumentare la pressione sui dipendenti, o introdurre nuovi strumenti per migliorare le prestazioni di un processo che è già fallimentare. Allo stesso modo, il cambio del “fantino” – ossia sostituire personale o management – è spesso una panacea, soprattutto quando il problema è strutturale e non legato agli individui.

La formazione di comitati rappresenta un’altra strategia illusoria: creare gruppi di lavoro per analizzare il problema può diventare un modo per procrastinare decisioni difficili. Altre volte, si adottano soluzioni apparenti abbassando gli standard, cioè, modificando storici criteri di successo per adattarli alle prestazioni insoddisfacenti, oppure (non scherzo) rinominando il problema, cercando magari di denominarlo un’”opportunità di miglioramento.” Infine, l’assunzione di consulenti esterni – pratica diffusa – spesso si traduce in un ulteriore tentativo di rinviare il momento della verità.

Il Prezzo del Cavalcare un Cavallo Morto

La perseveranza su un percorso inefficace ha costi elevati, sia tangibili che intangibili. Innanzitutto, comporta uno spreco di risorse: tempo, denaro e talento vengono investiti in attività che non producono risultati concreti. Questo spreco si traduce anche in opportunità perse, poiché le energie impiegate per sostenere un progetto fallimentare potrebbero essere dedicate a iniziative più promettenti.

Un altro costo significativo è la demotivazione del personale. Lavorare su progetti evidentemente inefficaci mina il morale e l’entusiasmo dei team, riducendo la produttività e alimentando il cinismo. Infine, l’organizzazione rischia di perdere credibilità agli occhi di clienti, partner e stakeholder, compromettendo la fiducia e la reputazione.

Come Smontare dal Cavallo Morto

Riconoscere e affrontare il fallimento richiede una leadership coraggiosa e una cultura organizzativa orientata al cambiamento. Il primo passo è ammettere apertamente che una strategia non sta funzionando. Questa ammissione deve essere accompagnata da un’analisi oggettiva delle cause del problema, distinguendo tra errori correggibili e difetti strutturali.

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E veniamo a ReArm Europe

L’Unione Europea ha deciso di investire 800 miliardi di euro nel progetto "ReArm Europe", un massiccio piano di riarmo e coordinamento militare. L’idea alla base è rafforzare l’industria bellica europea per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Tuttavia, questa iniziativa rischia di diventare un classico esempio della Teoria del Cavallo Morto: un progetto fallimentare portato avanti per inerzia, nonostante l’evidenza che non porterà ai risultati sperati.

Un esercito senza comando, senza coordinamento e senza potere reale

Il problema principale della difesa europea non è solo la mancanza di fondi, ma l'assenza di una vera catena di comando unificata.   

L’Unione Europea ha cercato di sviluppare una propria catena di comando militare unificata, ma il sistema è pieno di limiti, e di numerose istituzioni senza coordinamento. Esse sono:

Il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE)

  • Il SEAE è la struttura che gestisce la politica estera e di sicurezza dell’UE, ma non ha un vero controllo sulle forze armate nazionali.

Comitato Politico e di Sicurezza (COPS)

  • Formato dagli ambasciatori dei 27 Stati membri, questo comitato supervisiona le operazioni militari dell’UE.
  • Problema: Non ha un comando operativo diretto sulle forze armate nazionali.

Stato Maggiore dell’UE (EUMS)

  • Coordina le missioni militari dell’UE, ma solo per operazioni di gestione delle crisi, come peacekeeping o missioni di addestramento.
  • Non ha la capacità di condurre operazioni di difesa su larga scala.

Comando per le Missioni Militari UE (MPCC - Military Planning and Conduct Capability)

  • È il comando militare dell’UE per le missioni, ma gestisce solo piccoli contingenti (fino a 2.500 soldati).
  • Non è un comando operativo paragonabile a quello della NATO.

Forza di Reazione Rapida UE (EU Rapid Deployment Capacity)

  • Prevista per il 2025, sarà una forza di 5.000 soldati per interventi rapidi.
  • Problema: Non esiste un comando centrale efficace per coordinarla, e ogni Paese ha diritto di veto sul suo utilizzo.

Il vero problema è che l’UE non ha un comando centralizzato né una forza militare autonoma. Gli eserciti nazionali restano sotto il controllo dei singoli governi e non sono obbligati a intervenire in caso di crisi.

A questo si aggiunge il fatto che le industrie belliche europee producono armi senza una strategia comune, con ogni Paese che sviluppa i propri sistemi senza una reale interoperabilità. Francia, Germania, Italia e Spagna investono miliardi per costruire caccia, carri armati e sistemi missilistici diversi e spesso incompatibili tra loro. Il risultato? Sprechi enormi e una capacità militare frammentata.

NATO e ReArm Europe: Il Rischio di Uno Spreco di Risorse

L’Europa si trova di fronte a un paradosso strategico. Da un lato, l’UE sta lanciando ReArm Europe, un piano da 800 miliardi di euro per rafforzare l’industria militare del continente e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. Dall’altro, però, siamo ancora membri della NATO, e finché l’alleanza non verrà sciolta, siamo vincolati agli obblighi del Trattato del Nord Atlantico.

Gli obblighi NATO: più spese per la difesa

Essere membri della NATO significa seguire le linee guida stabilite dall’alleanza, compreso l’impegno a:

  • Destinare almeno il 2% del PIL alla difesa (obiettivo ribadito nel Summit di Vilnius 2023).
  • Mantenere la piena interoperabilità con le forze NATO, il che implica l’acquisto di armi compatibili con gli standard americani.
  • Partecipare a missioni e operazioni sotto comando USA, seguendo le strategie dettate da Washington.

L’aumento delle spese militari non è facoltativo: i Paesi europei devono rispettare questi impegni, indipendentemente dai loro piani di autonomia strategica.

ReArm Europe: un doppione della NATO?

L’obiettivo dichiarato di ReArm Europe è rendere l’UE più indipendente nella produzione e nell’approvvigionamento di armi. Tuttavia, senza una reale integrazione con la NATO, il rischio è di creare un sistema parallelo che moltiplica i costi senza aumentare l’efficacia.

  • Se i Paesi UE continuano a comprare armi dagli USA per rispettare gli standard NATO, ma allo stesso tempo investono miliardi in una nuova industria militare europea, si rischia una duplice spesa.
  • Senza una strategia chiara, si potrebbero sviluppare armi europee che non sono compatibili con quelle già in uso nella NATO, riducendo l’interoperabilità tra gli alleati (ci ricordiamo che siamo ancora alleati degli USA, vero?).
  • L’assenza di una catena di comando unificata significa che ogni Paese potrebbe spendere miliardi in sistemi d’arma diversi e non coordinati, aumentando ulteriormente gli sprechi.

Nonostante gli investimenti europei, la realtà è che senza la tecnologia americana, l’UE rimane militarmente vulnerabile. Gli Stati Uniti possiedono il know-how più avanzato in settori chiave come intelligenza artificiale, cyber warfare e missilistica ipersonica.

E comunque anche quando l’Europa acquista armi americane, queste restano sotto il controllo degli USA.

Gli F-35, ad esempio, acquistati da diversi Paesi UE, sono soggetti a restrizioni imposte da Washington. Gli Stati Uniti possono bloccarne l’utilizzo in determinate missioni o limitarne l’accesso ai codici sorgente, rendendo l’Europa dipendente dai loro sistemi logistici e operativi. Questo controllo avviene attraverso accordi e trattati come il Foreign Military Sales (FMS), che impone condizioni sull'uso e la manutenzione delle armi vendute agli alleati.

In pratica, anche con 800 miliardi di investimenti, l’UE non sarà mai realmente indipendente dal punto di vista militare.

Come Bruxelles sta "frustando il cavallo morto"

Ebbene, invece di riconoscere il problema strutturale, l’UE sta applicando le classiche strategie di chi si rifiuta di smontare da un cavallo morto:

  • Comprare una frusta più forte: Bruxelles investe miliardi per "stimolare" l'industria della difesa, ma senza, mi pare, risolvere i problemi di coordinamento.
  • Cambiare il fantino: Si parla di creare un “Comando di Difesa Europeo”, ma senza una vera unificazione militare resterà un titolo senza potere reale.
  • Creare comitati di esperti: Nuovi gruppi di lavoro studiano la “difesa comune”, ma senza volontà politica rimangono esercizi accademici.
  • Abbassare gli standard: L’UE punta sulla quantità più che sulla qualità, sviluppando armi meno avanzate pur di dimostrare che sta "facendo qualcosa". (non potremmo fare altrimenti perché la tecnologia americana è per noi irraggiungibile per molti anni).
  • Assumere consulenti esterni: Affidarsi a esperti per “ripensare la difesa”, come intende fare Ursula, serve solo a guadagnare tempo senza prendere decisioni difficili.

L’illusione della sovranità militare europea

La Teoria del Cavallo Morto ci insegna che, quando un progetto è fallimentare, la scelta più saggia è abbandonarlo e cambiare strategia. L’Europa, invece, spenderà miliardi in una difesa che non sarà mai unitaria, mentre resta sotto l’ombrello della NATO e della tecnologia americana.

Invece di alimentare illusioni, l’UE dovrebbe affrontare la realtà: senza una vera unificazione militare e tecnologica, il sogno di un'Europa militarmente indipendente rimarrà una fantasia costosa.

 

Inserito il:12/03/2025 11:38:18
Ultimo aggiornamento:12/03/2025 12:17:48
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