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Aggiornato al 28/05/2017

Cartolina satirica del 1914

 

Da Sarajevo alla Brexit - La notte d'Europa

                                               (4) La rottura degli equilibri

di Mauro Lanzi

(Precedente - 3)

“Quando gli dei vogliono punire gli uomini esaudiscono ogni loro desiderio”

Henry Kissinger.

 

Non si può fare a meno di immaginare che Bismarck possa avere avuto questa sensazione quel fatidico 18 Gennaio 1871: da un lato vedeva realizzati i suoi piani oltre ogni più ardita speranza.

Dall'altro dovette percepire all'istante i problemi ed i pericoli a cui il Reich andava incontro e che, in parte, contribuiva a ingigantire; già nel giorno di Versailles, Bismarck si era affrettato a dichiarare che la Germania aveva soddisfatto ogni sua ambizione e che nessuno avrebbe avuto da temere ulteriori rivendicazioni o pretese.

Nonostante ciò, Bismarck  era acutamente conscio delle criticità della situazione europea, del feroce revanscismo francese, dei rischi legati alla nascita di nuove nazioni ed alla conseguente rottura degli equilibri continentali: a sud le inquietudini italiane, l’irredentismo, la confusa ricerca di una collocazione sullo scenario internazionale, ad est il crollo dell’impero ottomano, con la nascita di nuove entità nazionali, instabili e litigiose, sulle quali si proiettava minacciosa l’ombra delle ambizioni della Russia zarista (“La guerra scoppierà per un maledetto pasticcio nei Balcani”, sono parole sue).  

Ma di più’, Bismarck era cosciente delle ansie e dei sospetti che l’improvvisa nascita di un potente Reich faceva insorgere, dei timori che esso suscitava nei suoi vicini, timori che andavano fugati, prima che tutti si coalizzassero contro  un comune nemico, prima che la Germania divenisse il bersaglio di tutte le instabilità: sapeva anche che la Gran Bretagna non avrebbe tollerato il dominio di una sola nazione sul continente; recente era il ricordo delle guerre napoleoniche, come delle guerre settecentesche, condotte per arginare l’egemonia francese, certo non avrebbe consentito che ad una egemonia se ne sostituisse un’altra!

 L’intuito politico del personaggio, almeno in materia di politica estera, era pari alla bisogna: di colpo lo spregiudicato politico si converte in un prudente amministratore, il conquistatore e fondatore dell’impero diviene il custode del Reich e degli equilibri europei, preoccupato soprattutto di tessere una rete di alleanze che potesse garantire lo status quo.  

Innanzitutto si impegna a recuperare il rapporto con l’Austria, con la quale conclude nel 1879 la “ Duplice Alleanza”, che si trasforma nel 1882 in “ Triplice Alleanza” con l’adesione dell’Italia di Crispi, che voleva uscire da un’imbarazzante situazione di isolamento internazionale: Bismarck non aveva grande stima del nostro paese, ma era convinto dell’utilità di imbrigliare in questo modo le confuse inquietudini italiane, per meglio coprire il fianco Sud del Reich.

All’ alleanza si cercò invano di far aderire anche l’Inghilterra, con la quale Bismarck  si preoccupò  comunque, sempre di mantenere  rapporti cordiali, soprattutto tenendo fuori il suo paese dalla contesa coloniale, verso di cui cercò invece di spingere la Francia, sia per dar sfogo al suo  nazionalismo esasperato dalla sconfitta, sia  per metterla in rotta di collisione con gli interessi inglesi.

Ma il capolavoro della diplomazia bismarckiana è senza dubbio il “Trattato di contro assicurazione” firmato con la Russia nel 1887, con il quale i contraenti si garantivano reciprocamente la neutralità in caso di conflitto con la Francia.

Non si può che restare ammirati da questo geniale esempio di geometria politica e diplomatica realizzato da Bismarck per difendere il suo paese, dalla lungimiranza e dalla visione complessiva di cui dette prova.

Era però un disegno fragile e complesso, che esigeva attenzione e cura da parte della dirigenza tedesca, perché le condizioni obbiettive del continente restavano, come visto, di precario equilibrio.

Nella struttura politica del paese, preesistente a Bismarck, ma che Bismarck si era preoccupato di confermare e consolidare, molto dipendeva dalla figura al vertice. Bismarck vedeva nel monarca il fulcro della nazione e nella classe degli Junker, fedele al monarca senza limiti o esitazioni, la sua spina dorsale e questa visione si preoccupò di riaffermare; Bismarck immaginava forse di perpetuare sé stesso come Cancelliere, accanto all’Imperatore, o di poter designare un suo pari a succedergli.

Non fu così.

Nel marzo 1888 morì l’anziano Kaiser, Guglielmo I; dopo tre mesi, vista la malattia terminale del padre Federico III, gli succedette il nipote, Guglielmo II, che, ovviamente, non tardò a liberarsi dell’ingombrante Cancelliere, troppo potente ed autorevole.

Guglielmo II, al momento della sua incoronazione, aveva già trent'anni, quindi un uomo fatto: era però un adulto segnato da permanente immaturità e insicurezza, da una natura contraddittoria ed instabile, da un carattere impulsivo ed in perenne cerca di approvazione.

Guglielmo II mancava di logica, di professionalità, di tempra interiore, di equilibrio. Prendeva decisioni affrettate, dettate dall'impulso, senza riflettere e senza gestirne le conseguenze, era proprio lui il problema al vertice di una struttura che dipendeva dal vertice.

E’ stato detto: “Il destino di un uomo è il suo carattere” (Eraclito); in quelle circostanze, purtroppo, divenne anche il destino di una nazione,

 Il brillante equilibrio ideato da Bismarck non sarebbe durato a lungo, gli dei che avevano esaudito ogni speranza e ogni desiderio, facendo grande la Germania, non potevano tollerare la “hybris” che la nuova dirigenza non tarderà a manifestare.

Il primo errore del nuovo governo insediato dal Kaiser fu il mancato rinnovo del Trattato di contro assicurazione con la Russia.

Il timore che incuteva la potenza tedesca determinò allora una risposta repentina e devastante: nel 1894 Francia e Russia firmano un’alleanza di ferro, in cui ciascuno dei partner si impegna alla mobilitazione generale, in caso l’altro fosse minacciato dalla Germania.

Clausole di questo genere dovrebbero avere la valenza di deterrente: questo trattato divenne, invece, una trappola mortale, che convinse la Germania di essere circondata da nemici capaci di distruggerla e costrinse i contraenti a marciare quasi inesorabilmente verso il baratro.

 Il primo passo verso la grande guerra era stato compiuto!!

Il secondo seguì di lì a poco, con il riarmo navale della Germania.

Tradizionalmente i rapporti tra Inghilterra e Prussia erano sempre stati eccellenti: i due governi avevano combattuto insieme tutte le guerre del ’700, fino alle guerre napoleoniche.

Waterloo, come ricordate, fu decisa dall’arrivo dei prussiani di Blucher, in soccorso all’armata di Wellington.

Le due nazioni erano alleate naturali, visti i prevalenti interessi sul mare dell’Inghilterra e sul continente per la Prussia.

Ma il Kaiser, ispirato dalla lettura di un testo americano, era giunto alla conclusione che la base del potere di un impero era sul mare ed aveva affidato all’ammiraglio Von Tirpitz un gigantesco programma di riarmo navale.

Guglielmo e Von Tirpitz contavano molto sulla segretezza del piano, sulle difficoltà interne della Gran Bretagna, sulla capacità di convincere la controparte inglese che la Germania non nutriva intenzioni ostili nei confronti della Gran Bretagna: voleva solo guardarle negli occhi.

Sbagliarono su tutti e tre i punti; non solo lo spionaggio inglese individuò quasi subito i giganteschi lavori nei cantieri navali tedeschi, ma l’Inghilterra reagì accelerando i suoi piani di riarmo, costruì più supercorazzate del nuovo contendente, e, soprattutto, cominciò ad allontanarsi politicamente dalla Germania, a vederla come un pericolo: il secondo passo verso la Grande Guerra era compiuto!

La diplomazia francese non poteva certo lasciarsi sfuggire questa occasione: nel 1904 Francia ed Inghilterra firmarono l’accordo che va sotto il nome di “ Entente cordiale”  che compiva  il terzo passo verso la tragedia.

L’ Entente Cordiale  di fatto non contemplava un’alleanza militare, ma riguardava soltanto la composizione delle vertenze che dividevano i due paesi sui diversi scacchieri mondiali, dall’Africa ( crisi di Fashoda), alla Birmania, all’estremo oriente; va da se, però, che le due potenze, una volta appianati i motivi  di contrasto in materia di politica estera, cominciassero a ragionare in termini differenti riguardo a quello che entrambi consideravano un pericolo comune, cioè la Germania: gli stati maggiori cominciarono a parlarsi, a stendere piani strategici coerenti, a prepararsi al peggio.

Inavvertitamente, l’anello mancante si era saldato: l’equilibrio europeo era perso, il paese più potente d’Europa si trovava stretto in una rete di alleanze ostili, perché la sua dirigenza non aveva compreso, in un miope delirio di onnipotenza, la lezione di moderazione e lungimiranza del suo fondatore, né aveva cercato di assumere, pacificamente, la leadership europea, cui pure il livello di sviluppo tecnico, economico e culturale del paese l’avrebbero dovuto designare di diritto.

Prevalse la scelta di preparare l’opzione militare, il “Piano Von Schlieffen”, uno strumento perfetto, pronto ad essere impiegato in ogni momento, ma impossibile da arrestare una volta avviato. 

La “hybris” della Germania sarebbe stata pagata da tutta l’Europa, le luci sul grande splendore di un’epoca si stavano spegnendo, forse per sempre.

(Continua)

 

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Inserito il:17/05/2017 15:36:22
Ultimo aggiornamento:25/05/2017 09:43:35

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